Bitcoin: l’oro digitale

Dec 20, 2019 | Lucia Mandelli

SIAT Magazine: Maddalena Liccione intervista Ferdinando Ametrano

Proponiamo di seguito l’intervista di Maddalena Liccione al direttore di DGI Ferdinando Maria Ametrano contenuta nel terzo numero del Magazine promosso da SIAT - Società Italiana Analisi Tecnica consultabile qui.

[ML] Lei definisce il Bitcoin come l’oro digitale e ne suggerisce un paragone con l’oro fisico.

[FA] L’oro è l’unico materiale che luccica sempre perché non arrugginisce, allo stesso modo Bitcoin si distingue, “luccica”, in ambito digitale perché non può essere duplicato. Entrambi inoltre sono scarsi. Bitcoin, limitato a 21 milioni, è l’emergere della scarsità in ambito digitale. Se dimostrerà di reggere alla sfida, potrebbe essere l’equivalente digitale dell’oro. Per questo acquisisce valore e permette interazioni economiche.

[ML] Lei parla di oro, ma Bitcoin non è una moneta? La chiamano criptovaluta…

[FA] Anche l’oro fisico è stato usato a lungo come moneta, analogamente succede oggi con Bitcoin. A mag¬gior ragione perché è uno straordinario mezzo di scambio: “leggerissimo”, trasferibile in maniera pratica¬mente istantanea, con massima sicurezza e comodità, programmabile e divisibile in cento milioni di parti. Ma sebbene sia tecnicamente possibile, può non essere saggio pagare in Bitcoin: chi ha speso 10.000 Bitcoin per due pizze nel maggio 2010 non ha fatto una scelta ragionevole per il suo patrimonio.

[ML] Quindi è una valuta da non utilizzare? Una valuta è caratterizzata da una politica monetaria elastica, in cui l’offerta di moneta si adegua alla do-manda, tentando di tenere stabile il potere di acquisto; nel caso di Bitcoin l’offerta è non solo deterministi¬ca, ma soprattutto completamente inelastica. Bitcoin è crypto-commodity più che crypto-currency, bene rifugio più che moneta transazionale.

[ML] Nella storia ogni innovazione è stata inglobata dalla finanza. Nel caso dei Bitcoin sembra che siamo ben distanti da un’accettazione del fenomeno Bitcoin da parte del mondo finanziario in generale.

[FA] Wall Street teme che la finanziarizzazione di Bitcoin ne rappresenti il definitivo “sdoganamento”, un punto di non ritorno. Bitcoin è percepito come nemico perché rappresenta valore che non discende da una autorità costituita e che è trasferibile senza intermediari. La sua esistenza certifica che un siste¬ma decentralizzato può essere più efficiente e sicuro rispetto agli attuali modelli. Jamie Dimon, l’ammi-nistratore delegato di JP Morgan, considera Bitcoin una frode che finirà male. Ha definito stupidi quelli che comprano Bitcoin ed ha minacciato di licenziare chiunque nella sua banca lavori con Bitcoin. Il giorno, però, dopo alcuni suoi trader compravano exchange traded note legate a Bitcoin sulla borsa svedese, sfruttando il calo di prezzo innescato da quelle dichiarazioni. Ma al di là dell’aneddotica, di fronte ai rischi di disintermediazione è vero che molti banker assumono posizioni di sostanziale ostilità, anche se magari le esprimono con minore veemenza. Gli incumbent non cercano davvero l’innova¬zione, anzi la temono: basti pensare a Blockbuster, BlackBerry o Kodak.

[ML] L’ostilità delle grandi banche sembra generalizzata.

[FA] Non aver compreso Bitcoin per tempo ed averlo osteggiato impedisce adesso di riconoscere l’errore. Ed è innegabile che Bitcoin sia cresciuto in un ecosistema che non ama il mondo della finanza. Ma l’ostilità, pur generalizzata, non è unanime. Ad esempio, Lloyd Blankfein, ex amministratore delegato di Goldman Sachs, si mostra più possibilista: dice di non essere ancora arrivato ad una conclusione su Bitcoin, ricorda che c’era scetticismo anche quando la carta moneta sostituì l’oro; addirittura ipotizza che Bitcoin possa rappresentare una naturale progressione: come siamo passati da moneta garantita (redimibile in oro) a moneta fiduciaria (non redimibile), potremmo andare oggi verso “consensus money”. L’alternativa mio¬pe è quella delle multinazionali musicali che hanno fatto la lotta agli MP3 ed al file-sharing col risultato che la musica liquida oggi non la compriamo da loro ma da iTunes, Amazon e Google.

[ML] A proposito di innovazione finanziaria, negli ultimi anni le Ico hanno raccolto miliardi di dollari. Di cosa si tratta?

[FA] Le Initial coin offering sono l’equivalente nel mondo delle crittovalute delle offerte pubbliche di ac¬quisto azionarie. Potenzialmente rappresentano la disintermediazione dei Venture Capital: le startup raccolgono capitale in crittovaluta dagli investitori e li ricompensano con l’emissione di token, gettoni digitali che vengono quotati ed il cui principale appeal è far sognare apprezzamenti simili alla straordi¬naria rivalutazione di Bitcoin. Per discriminare tra frodi e proposizioni legittime servono elementi tecnici e buon senso, ma sono rari in un mondo in cui il rumore mediatico è altissimo e gli esperti di settore preferiscono talvolta silenzi omertosi se non addirittura collusivi.

[ML] Perché Bitcoin è rispettabile mentre questi token sarebbero discutibili?

[FA] Questi token non danno praticamente alcun diritto (per sfuggire alla regolazione come strumento di investimento), hanno utilità applicativa spesso trascurabile, possono essere inflazionati a discrezione dell’emittente. Il capitale in crittovaluta raccolto va nella disponibilità diretta dell’imprenditore senza nemmeno entrare nel recinto aziendale, per cui l’azienda può fallire e l’imprenditore godersi gli investi-menti ricevuti. Spesso si tratta di schemi pump&dump: si pompa il prezzo del token con tecniche che su mercati regolati sarebbero reato, allettando investitori ingenui a impiegare quei capitali che poi si dis-solveranno nella fase di scarico (dump), quando l’emittente beneficerà della vendita delle sue quote. Il livello di euforia crescente, innescato dalla rivalutazione delle crittovalute, ha reso talmente appeti¬bili questi token che addirittura già in fase di emissione si registrano vere e proprie corse all’acquisto. In questo caso gli investitori sono spesso operatori di mercato avvertiti, tutt’altro che ingenui: consapevoli dello schema pump&dump, contribuiscono ad accelerare il pump, facendo schizzare i prezzi già in fase di emissione, per prendere beneficio anche loro in fase di dump. Spesso godono di offerte sconta¬te in fase di pre-emissione. Si tratta di implicite complicità fattuali, se non addirittura di espliciti accordi riservati, tecnicamente facilitati da piattaforme pubbliche di scambio che per incassare le commis¬sioni transazionali non esitano a consentire la compravendita corsara di token improbabili e discutibili.

[ML] Sono tante le criptovalute ad essere cresciute molto: la leadership di Bitcoin è insidiata.

[FA] Il successo di Bitcoin ha innescato una pletora di tentativi emulativi (alternative coin, o più brevemente al-tcoin): il sito CoinMarketCap ne registra migliaia (inclusi token e forkcoin). La quasi totalità di questi cloni non apporta innovazione, manca di sostanza tecnica e meriti funzionali. Molti di questi sono cresciuti semplice¬mente perché avendo un prezzo basso sono stati percepiti come a maggior potenziale rispetto a Bitcoin, un po’ come capita con i penny stock. Insomma, pensando di aver perso il treno Bitcoin, in tanti cercano nuove opportunità: salgono su convogli merci di incerta destinazione, non hanno capito che il treno ad alta velocità Bitcoin è appena partito. Questa, a mio avviso, rischia di essere la vera bolla che scoppierà.

[ML] Tra migliaia di cloni qualcosa di interessante deve esserci…

[FA] L’emergere di alternative è salutare concorrenza per Bitcoin: questi altcoin sperimentano nuove tecniche e si impara dai loro tentativi e dai loro fallimenti. Finora però solo pochi hanno mostrato peculiarità distintive che li hanno resi, con differenti e controversi livelli di qualità, meritevoli di considerazione. Ethereum ha l’ambizione di essere un computer globale piuttosto che oro digitale; Litecoin è talmente simile a Bitcoin da avere quasi assunto il ruolo di piattaforma di test dove verificare in anteprima le nuove funzionalità che potrebbero poi es¬sere adottate per Bitcoin; Monero e ZCash forniscono vero anonimato transazionale; Ripple incarna la decli¬nazione di queste tecnologie in una chiave più affine al mondo della finanza tradizionale e regolamentata.

[ML] Ethereum però sembra rappresentare una reale alternativa a Bitcoin.

[FA] Bitcoin è oro digitale per trasferimenti di valore incensurabili; ether, la moneta della piattaforma Ethereum, è il carburante per attività computazionali incensurabili. Ethereum vuole essere un su¬per-computer distribuito, capace di ogni tipo di elaborazione (in gergo tecnico è Turing-complete) con memoria persistente globale e ricchezza di possibili stati. Prediletto da quegli informatici che trovano Bitcoin noioso nella sua semplicità concettuale, è straordinariamente versatile e permette sofisticati smart contract: contratti crittografici i cui termini sono rispettati dall’esecuzione automa¬tica del software che li definisce. Qualcuno sogna di usarli un giorno per il trading di derivati, per ora è una specie di parco giochi che consente la cura dei cryptokitties, gattini digitali scambiati in rete per decine di migliaia di dollari. La killer application di Ethereum è stata l’aver consentito le Ico: difficile esserne orgogliosi. In realtà la grande ambizione e complessità di Ethereum lo rendono proporzionalmente fragile: lo stesso Vlad Zamfir, ricercatore di punta dell’Ethereum Foundation, lo ha più volte definito “non sicuro né scalabile, un’immatura tecnologia sperimentale: inaffidabile per applicazioni critiche”. Ethereum promette molto ma è per ora fragile: se alla fine dovesse mantenere le promesse potrebbe diventare uno straordinario successo. Io sono scettico, ma potrei sbagliarmi e sono comunque grato di una competizione tecnologica che fa bene anche a Bitcoin. Dagli errori di Ethereum stiamo imparando tutti tanto.

[ML] Si parla di innovazioni decisive sulla piattaforma Ethereum: lo sharding dovrebbe ridisegnare la tecnologia blockchain, Casper dovrebbe sostituire la dispendiosa proof-of-work, la virtual machine che esegue il codice dovrebbe essere rimpiazzata con una architettura migliore e scalabile.

[FA] Il suo elenco mostra come sostanzialmente dell’Ethereum attuale non funzioni praticamente nulla e si stia tentando di cambiare in corsa, senza nemmeno sapere quale sia il processo di governo e controllo, com-ponenti tecnologiche delicatissime. Peraltro, nulla di quello a cui accenna lei è pronto: si tratta di ricerca futuristica e per ora spesso infondata: io sono pessimista sulla tenuta nel tempo di Ethereum. Non mi dica che apprezza Monero, la crittovaluta che garantisce l’anonimato assoluto nelle transazioni. Il mio apprezzamento è solo per Bitcoin: Monero, come gli altri altcoin, non ha le carte in regola per una sostenibilità futura. Monero però sperimenta tecniche crittografiche di avanguardia (crittografia omomorfa, ring signature, zero-knowledge proofs) che in futuro potrebbero essere adottate per migliorare la confiden¬zialità delle transazioni Bitcoin.

[ML] Che differenza c’è tra Bitcoin e Libra, il coin proposto da Facebook?

[FA] Bitcoin vuole essere l’equivalente digitale dell’oro: scarsità in ambito digitale incensurabile, non controllata da nessuno, decentralizzata. Libra vorrebbe essere, invece, una criptovaluta non speculativa, perché con valore stabile grazie a riserve in valute e titoli di stato. Sfruttando gli oltre due miliardi di utenti Facebook, mira ad essere una moneta globale, utilizzabile per i pagamenti e le rimesse internazionali, integrata anche nei sistemi di messaggistica come WhatsApp e Messenger. È una soluzione centralizzata controllata dalla Libra Association, la no-profit costituita in Svizzera da Facebook ed i suoi partner.

[ML] Libra è una criptovaluta?

[FA] Utilizza tecniche crittografiche ed un network peer-to-peer, soddisfa quindi i requisiti che il senso comune attri¬buisce al concetto di criptovaluta. Ha anche l’ambizione di essere permissionless, ma il controllo centralizzato avrà molte sfide, sia in termini di governo della piattaforma (cosa succede in caso di contrasti tra i partner) che di requisiti regolamentari (ad esempio, il rispetto della normativa antiriciclaggio e di contrasto al finanzia¬mento del terrorismo). Preoccupa, inoltre, il tema della privacy, su cui già in passato Facebook ha avuto epi¬sodi pessimi: è inquietante l’idea che domani possa conoscere anche tutte le nostre transazioni finanziarie.

[ML] Quando si potrà utilizzare Libra?

[FA] Il lancio era previsto per il primo semestre 2020, ma i governi ed i regolatori internazionali si stanno oppo-nendo decisamente.

[ML] Cosa cambierebbe con l’arrivo di Libra? Potrebbe far superare la diffidenza verso le criptovalute ed in generale le forme digitali e private di trasfe-rimento del valore, ponendo fine al “paleolitico” delle transazioni finanziarie lente (anche oltre due giorni), costose, costrette in definiti confini nazionali o valutari. E questo potrebbe avvantaggiare anche Bitcoin, che di suo aggiunge il non essere inflazionario (non è creato per perdere valore in termini di potere d’acquisto): Libra moneta transazionale, stabile nel potere di acquisto ed utile per i pagamenti, Bitcoin bene rifugio in¬censurabile, attraente dal punto di vista speculativo. Perdono invece terreno R3, PayPal, SatisPay, le alt-coin con ambizioni velleitarie come Bitcoin Cash, Ripple, LiteCoin, ma soprattutto Tether ed i cosiddetti stable¬coin, cioè quelle criptovalute che puntano come Libra a mantenere la parità di potere d’acquisto con le monete tradizionali. Anche Lightning Network, la soluzione tecnologica di secondo livello basata su Bitcoin che punta a superarne i limiti transazionali, potrebbe soffrire della concorrenza di Libra.

[ML] Se arrivasse Libra che bisogno ci sarebbe di Bitcoin?

[FA] Oggi Libra non ci sarebbe se la strada non l’avesse aperta Bitcoin dieci anni fa. E di Bitcoin c’è bisogno come e più di prima, se si comprende il suo ruolo nella storia della moneta. Su questo argomento può essere utile il mio intervento TEDx: Bitcoin come bene di riserva che si potrà utilizzare a garanzia di nuove monete private. Il punto debole di Libra, oltre alla censurabilità, sono proprio le riserve a garanzia, denominate in valute inflazionarie che perdono valore: qualcuno immagina la possibilità di includere anche Bitcoin nelle riserve per risolvere questo problema.

[ML] Insomma, non c’è nulla di meglio rispetto a Bitcoin?

[FA] Lo so che sembra fazioso ed arrogante, ma sinceramente è così. Bisogna discriminare tra oro digitale ed il ciarpame di imitazioni; comprendere l’insensatezza fraudolenta delle Ico. Ognuno svolga le sue analisi, tragga le sue conclusioni e faccia le sue scelte: nel tempo si avvierà un processo di selezione naturale ed i nodi verranno inevitabilmente al pettine. Quando succederà, i capitali in fuga non potranno che approda-re alla spiaggia sicura di Bitcoin, il bene rifugio per eccellenza.

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