[ITA] Bitcoin: oro digitale, finanza e tulipani (puntata 8 di 11)

Jul 11, 2019 | Staff

Intervista a Ferdinando Ametrano

Ottava puntata dell’intervista al nostro direttore Ferdinando Ametrano sul tema Bitcoin, a cura di Nicole Vismara (manager di Deloitte Consulting). Le successive puntate verranno pubblicate con cadenza regolare ogni martedì e giovedì, in coda sono presenti i link alle puntate precedenti. Di seguito la trascrizione di questa puntata.

8 - La blockchain oltre bitcoin

[NV] L’oro fisico ha una utilità “intrinseca” in gioielleria ed applicazioni industriali, bitcoin non ha alcuna utilità.

[FA] Esiste la gioielleria dell’oro digitale, cioè una applicazione non monetaria di bitcoin: è la cosiddetta notarizzazione. L’hash-value di una base dati, cioè un identificativo equivalente ad una univoca impronta digitale, viene associato ad una transazione bitcoin, come se venisse scritto nel campo “causale” della transazione. Il sistema di sicurezza che impedisce la manipolazione della transazione bitcoin garantisce anche l’immutabilità e la datazione (marcatura temporale) non ripudiabile dell’hash-value. Viene quindi implicitamente certificata l’esistenza di quella base dati, consentendo a tutti di verificarne la mancanza di alterazione e la datazione. Esiste anche uno protocollo aperto, OpenTimestamps, che definisce uno standard di notarizzazione estremamente scalabile che non impatta negativamente sul funzionamento del network bitcoin. La notarizzazione può sembrare banale… in realtà è molto potente poiché nel futuro il mondo potrebbe “parassitare” la sicurezza di bitcoin per mettere in sicurezza tutte le basi dati ed altri sistemi transazionali: ha quindi una applicazione industriale. Se bitcoin è oro digitale, la notarizzazione è l’equivalente della gioielleria: inessenziale per l’oro, ma efficacissima nel mostrarne la bellezza.

[NV] Ma la notarizzazione è una applicazione della blockchain, cioè della tecnologia su cui si basa bitcoin. Non serve bitcoin, basta la blockchain.

[FA] Falso. Non esiste blockchain senza un asset digitale nativo. La blockchain in sé è solo una struttura dati poco flessibile, disegnata per rendere complicata la sua manipolazione. Rappresenta un “registro condiviso” (nel caso di bitcoin il registro delle transazioni) su cui i nodi della rete raggiungono il consenso. Il consenso distribuito in rete è un problema di computer science sostanzialmente irrisolvibile; bitcoin lo risolve con lo stratagemma di teoria dei giochi spiegato prima: un incentivo economico affinché i nodi della rete siano onesti. Questo è possibile solo avendo un asset digitale nativo sulla blockchain, quindi sfruttando la ricchezza che origina dal signoraggio per incentivare l’onestà e coprire i costi del network. È invece un grande bluff parlare di “registro condiviso” senza spiegare come si possa raggiungere il consenso sullo stesso.

[NV] Eppure ci sono importanti iniziative industriali che puntano sulla blockchain senza bitcoin.

[FA] Non abbiamo ancora visto alcuna applicazione concreta della chimera nota come “blockchain senza bitcoin”. Nulla nemmeno da consorzi come R3, HyperLedger o l’Enterprise Ethereum Alliance, che hanno ottenuto investimenti per centinaia di milioni ed hanno tra i partecipanti tutte le principali istituzioni finanziarie, società tecnologiche e di consulenza. Bisogna saper distinguere tra euforiche esagerazioni e la cruda realtà. Al massimo, si può intendere come tecnologia blockchain il possibile rafforzamento di processi esistenti con tecniche crittografiche rese popolari da bitcoin: parlo spesso di database con steroidi crittografici. È un po’ come se nell’esplosione nucleare di bitcoin, il fallout radioattivo sia rappresentato dalla crittografia applicata. Confucio diceva “quando un uomo saggio indica la luna gli stolti guardano il dito”: qui la luna è bitcoin e il dito è la blockchain.

[NV] Ferdinando, se c’è una cosa su cui tutti sono d’accordo, anche i critici di bitcoin, è proprio la potenzialità della tecnologia blockchain.

[FA] Alla fine degli anni novanta, quando Internet conosceva la sua prima ampia diffusione, era letteralmente impossibile immaginare che un giorno sullo stack tecnologico TCP/IP sarebbero stati costruiti modelli di business come Amazon, Facebook, Google. Allo stesso modo oggi fatichiamo ad immaginare quali innovative potenzialità sapranno realizzarsi su bitcoin, cioè sullo stack tecnologico del TCP/IP del valore. Ma saranno iniziative che sfruttano la scarsità digitale, la possibilità di trasferire valore senza intermediari ed eventualmente la resilienza del sottostante registro contabile blockchain, non certo i generici miglioramenti di processi tradizionali ottenuti attraverso la taumaturgica evocazione di una indefinita tecnologia blockchain.

[NV] Torni sempre alla centralità della scarsità digitale rispetto alla tecnologia.

[FA] Sì, questo è il cuore del fenomeno bitcoin e blockchain, perché crea valore e permette interazioni economiche. Internet oggi è fondamentalmente la possibilità di comunicare senza censure accoppiata alla capacità di distribuire e consumare contenuti liberamente: quello che mancava era la possibilità di transazioni economiche senza intermediari. Bitcoin abilita questo aspetto completando la vera agorà elettronica, la piazza principale della nostra polis digitale, la realizzazione del sogno cypherpunk.

[NV] Ma i sistemi di pagamento attuali sono già piuttosto efficienti.

[FA] Per ora non direi lo siano davvero. Siamo in un mondo dove l’enciclopedia si è trasformata in Wikipedia, la musica ed i film sono diventati liquidi, la posta si è fatta elettronica; inoltre l’accesso a queste risorse è continuo, la comunicazione istantanea: c’è quindi l’aspettativa che una evoluzione simile avvenga per il sistema finanziario e bancario. Con un numero di telefono o un email possiamo trasferire istantaneamente quantità rilevanti di dati a costo marginale nullo, ma se vogliamo trasmettere i pochi byte che rappresentano la nostra ricchezza possiamo farlo tipicamente solo dalle 9 alle 5, dal lunedì al venerdì, pagando una commissione e sopportando due giorni di ritardo nell’esecuzione. Le cose stanno lentamente cambiando, ma per ora i costi sono alti e l’efficienza scarsa: tra dieci anni guarderemo indietro e la situazione attuale ci sembrerà ridicola.

[NV] Un po’ tutte le banche centrali stanno sperimentando con queste tecnologie: vedremo monete a corso legale sulla blockchain?

[FA] Bisogna capire bene di cosa parliamo. Se ci riferiamo a moneta di banca centrale, noi semplici cittadini vi accediamo solo nella forma di banconote e monete metalliche. I saldi dei nostri conti correnti sono moneta di banca commerciale, cioè la promessa che quando ci presenteremo allo sportello ci verrà dato quel corrispettivo in moneta di banca centrale. L’importante è non presentarci tutti assieme allo sportello, perché le banche commerciali tutta quella moneta di banca centrale non ce l’hanno davvero. Se avessimo accesso diretto a moneta di banca centrale in forma elettronica, è evidente che le banche commerciali non riuscirebbero più a fare raccolta: tutti infatti preferirebbero detenere la liquidità in moneta elettronica di banca centrale, cioè di una banca che per definizione non può fallire perché quella moneta la stampa a piacimento. Questo concetto è stato espresso chiaramente nel 2016 da Mike Carney, Governatore di Bank of England, e nel 2017 da Jens Weidmann di Bundesbank. Quanto alle banche commerciali, accedono già a moneta di banca centrale in forma elettronica: non hanno quindi bisogno della blockchain.

[NV] Niente blockchain per le banche centrali?

[FA] Si può tentare la digitalizzazione del contante, cioè la creazione di moneta di banca centrale al portatore e non tracciata, che sostituisca il contante per le piccole spese. Per questo scopo tecnologie distribuite come la blockchain, seppur in questo caso sostanzialmente centralizzate, possono essere utili. Ho collaborato a progetti con questa ambizione: potrebbe essere un’opportunità storica, ma l’impressione è che l’ossessione del controllo di qualsiasi transazione finanziaria, quel mostro pericoloso e oppressivo chiamato cashless society, sia oggi dominante. L’effetto sarà che perderemo anche questa opportunità a vantaggio di crittovalute private, aggravando quei rischi sistemici che vorremmo controllare abolendo il contante.

[NV] A quali rischi si riferisce?

[FA] Quello di accelerare in maniera disordinata e pericolosa la pur benefica progressiva riduzione del ruolo dei governi e della loro capacità di tassare. Se le valute con corso legale non daranno una esperienza di pagamento semplice, istantanea, transnazionale, multivaluta, accessibile anche a non bancarizzati, rischiano di trovarsi superate da bitcoin e soprattutto da quelle nuove monete stabili nel potere di acquisto rese possibili dalla redimibilità in bitcoin di cui abbiamo parlato prima. Lo aveva previsto Milton Friedman, anche lui premio Nobel per l’economia, quando nel 1999 profetizzò bitcoin: “Una fonte di ottimismo affidabile è la crescita di Internet, tra i cui principali effetti ci sarà la riduzione della capacità dei governi di raccogliere le tasse. […] Internet sarà una delle forze principali nel ridurre il ruolo dei governi. L’unica cosa che manca, ma che verrà sviluppata presto, è un contante digitale elettronico affidabile, un metodo che permetta di trasferire valore attraverso Internet da A a B senza che A e B si conoscano; così come posso dare un biglietto da $20, non c’è traccia della sua provenienza e non c’è bisogno che io sia conosciuto”.

[NV] Christine Lagarde del Fondo Monetario Internazionale si è mostrata aperta all’adozione di queste tecnologie: non sarebbe naturale immaginare un oro digitale targato Fondo Monetario Internazionale?

[FA] Sarebbe certamente ragionevole! Ma anche qui ci sono difficoltà oggettive e miopie strategiche che frenano. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è dal 1969 che promuove i Diritti Speciali di Prelievo (DSP): un bene sintetico proposto come bene di riserva al posto dell’oro, ma focalizzato anche a ridurre il ruolo di predominio del dollaro statunitense come bene di riserva. Questi DSP hanno ottenuto un successo solo moderato, perché a livello geopolitico gli Stati Uniti non vogliono rinunciare al privilegio, economicamente decisivo, di avere la loro moneta come bene di riserva per eccellenza. Un oro digitale promosso dal FMI incontrerebbe le stesse resistenze. Inoltre è difficile immaginare che il FMI possa creare un oro digitale al portatore, non tracciato, messo in sicurezza da una potenza computazionale non controllata, rinunciando anche solo in parte alle rendite di signoraggio.

[NV] Maduro in Venezuela propone il Petro, la Russia sta studiando il crittorublo: ci sono giochi geopolitici attorno alle crittovalute?

[FA] Per ora si tratta di enunciazioni velleitarie: una crittovaluta governativa è un ossimoro, a maggior ragione quando si tratta di dittature che non vogliono realizzare qualcosa di decentralizzato e incensurabile. Maduro vorrebbe rifarsi una verginità deflattiva, ma non sarà il travestimento da crittovaluta a dargliela. La Russia vuole probabilmente familiarizzare con la tecnologia, per imparare a reprimere ed eventualmente ad attaccare con queste armi. C’è la Corea del Nord che accumula bitcoin, anche con attacchi predatori e terroristici. Le crittovalute saranno davvero strumenti di posizionamento geopolitico: ci sono potenze economiche che potrebbero considerare nuove valute, garantite da bitcoin come asset di riserva, per portare sfide epocali sullo scenario monetario internazionale.

Playlist YouTube con tutti gli interventi

1: Oro digitale

2: Tra truffa e speculazione

3: Regolazione

4: La finanza

5: Come funziona bitcoin

6: Ico, forkcoin e altcoin

7: Privacy e futuro della moneta

9: I punti deboli di bitcoin

10: Investire in bitcoin

11: Tra divulgazione e università

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